Ciao Lettorə,
Sono felice oggi di potervi portare un contenuto diverso dal solito collegato ad uno dei libri che durante l'anno 2022 si è piazzato fra i miei preferiti (le motivazioni le trovate qui nella mia recensione).
Parlo proprio di Victories greater than death scritto da Charlie Jane Anders, pubblicato da Fanucci e tradotto dalla bravissima Leonarda Grazioso, che io e Francesca de La biblioteca di Zosma abbiamo intervistato per voi, in merito al processo creativo ed altri piccole curiosità, buona lettura!
1. Ciao, Leonarda! Ti va di parlarci un po' di te? Quando hai deciso di diventare una traduttrice? Quali lingue conosci?
Volentieri! Innanzitutto
vorrei ringraziarvi entrambe per avermi proposto quest’intervista; la mia
carriera di traduttrice non è iniziata da molto tempo, ma è la prima volta che
mi capita un’opportunità simile e ne sono onorata. Diciamo che la decisione di
diventare traduttrice nasce da un’inclinazione che mi sono sentita dentro da
sempre, prima ancora di scegliere il liceo – linguistico, ovviamente – e che
pian piano ha cominciato a germogliare in maniera più consapevole quando ho deciso
di iscrivermi alla facoltà per interpreti e traduttori di Trieste. Dopo la
triennale, che ho concluso con una tesi di traduzione letteraria dal francese,
mi sono un po’ allontanata dalla traduzione scritta e sono passata
all’interpretazione di conferenza. È stato un percorso colmo di sfide ma che mi
ha riservato anche tante soddisfazioni, e lo rifarei assolutamente. Però
sentivo che non era proprio quello il mio posto felice; sentivo di voler
tornare alle mie radici e quindi alla traduzione letteraria. E così, finita la
magistrale, approfittando della pandemia, mi sono specializzata in questo
settore. Le mie lingue di lavoro principali sono l’inglese e il francese, complici
anche le richieste del mercato, ma a volte lavoro anche con il tedesco e lo
spagnolo. Se devo scegliere una lingua del cuore, però, è e sarà sempre
l’inglese.
2. Ci parli un po' del processo di traduzione? Io non ne so praticamente nulla? Come avviene?
Il processo traduttivo è un
po’ come la ricetta della crostata: ne esistono infinite varianti ma ognuno ha
la sua, la custodisce gelosamente e la considera la migliore al mondo. Nel mio
caso specifico, lascio che sia il testo che ho davanti a dettare l’approccio
traduttivo di volta in volta. La teoria di solito vorrebbe che un libro venga
letto per intero prima di tradurlo: e sebbene nel caso di Victories Greater
than Death sia andata così – per forza di cose, visto il genere – in altri casi
mi piace buttare giù una prima bozza “di pancia”, man mano che vado avanti
nella lettura, immergendomi nel testo e lasciandomi stupire dagli intrecci
della trama come farebbe un lettore qualunque. Ad ogni modo, qualsiasi
approccio io scelga, resta sempre fondamentale la fase di revisione: l’ideale,
una volta finito di tradurre tutto quanto, è lasciare riposare il testo per
qualche tempo e andarlo a ripescare dopo un po’, per lavorarlo al meglio.
Proprio come un panetto di pasta frolla.
3.Leggendo Victories greater than death ho pensato spesso a quanto la traduzione sia stata sfidante. Quali sono stati gli elementi più difficili?
Hai proprio ragione, non è
stato un libro semplice da tradurre. Tanto per cominciare, Victories Greater
than Death presenta tutte le criticità tipiche del genere fantasy e
fantascientifico: alla base della storia esistono mondi, realtà, creature,
oggetti, dinamiche e luoghi inventati – talvolta resi con nomi interamente di
fantasia, senza particolari allusioni (ad esempio i nomi di certi popoli) ma più
spesso frutto di giochi di parole ideati dall’autrice sulla base della propria lingua.
Per tradurre questi “nomi parlanti”, come vengono definiti in gergo, serve quindi
innanzitutto una padronanza completa della lingua da cui si traduce – perché
bisogna essere in grado di cogliere ogni sfumatura e ogni gioco di parole; poi serve
orecchio per il ritmo della narrazione, cosa che sembra scontata ma non lo è, e
per finire direi che ci vuole anche una buona dose di fantasia e di creatività nel
maneggiare la propria, di lingua.
Come ben sappiamo, però, nel
caso di Victories Greater than Death le sfide non finivano lì: l’importanza
centrale riservata in tutto il libro alle tematiche di genere ha posto una
sfida non indifferente in fase di traduzione, visto che in Italia (e in
italiano) la questione della scrittura inclusiva è ancora molto dibattuta. Ci
sono molte proposte, molte opzioni, molti approcci… però purtroppo ad oggi non esiste
un quadro normativo comunemente riconosciuto e accettato, e pertanto è stato
necessario affrontare la questione in maniera diversa. Tra l’altro non bisogna sottovalutare
il fatto che l’inglese, per sua natura, è molto più avvantaggiato in termini di
linguaggio inclusivo rispetto all’italiano: mentre in inglese il problema
principale è la scelta dei pronomi corretti – e quindi “basta” fare ricorso a
pronomi gender-neutral – in italiano, invece, purtroppo, siamo molto più
vincolati (dal punto di vista strettamente linguistico) da tutto ciò che sono
articoli, sostantivi, aggettivi e participi passati. Le desinenze che indicano
il genere, insomma. Il risultato? Per i personaggi non binari ho scelto di
optare per riformulazioni che permettessero di evitare l’uso di
articoli, pronomi, sostantivi e aggettivi che ne esplicitassero il genere.
4.Quanto è durato il processo di traduzione di Victories greater than death?
Non saprei quantificarlo con
esattezza; però direi che al netto, fra traduzione e revisione, ci sono voluti circa
tre mesetti. Comunque ho continuato ad apportare piccole modifiche fino al
giorno stesso in cui ho consegnato.
5. Hai avuto modo di interfacciarti con l'autrice? Se sì ti piacerebbe parlaci di questa esperienza?In caso negativo cosa ti sarebbe piaciuto chiederle?
Non direttamente. In fase di
revisione è emerso un dubbio da parte della CE sulla possibile traduzione di
una categoria di creature (accennata in modo generico solo un paio di volte in
tutto il libro), e a quel punto abbiamo convenuto che sarebbe stato meglio
chiedere chiarimenti direttamente all’autrice, in modo da poter scegliere la
soluzione più opportuna. Trattandosi di una serie, per di più fantasy, la prudenza
nel tradurre non è mai troppa!
6.C'è un personaggio di VGTD a cui ti sei affezionata?
Yatto, a mani basse. La sua
perenne gentilezza, sensibilità, intelligenza e nobiltà d’animo sono
impareggiabili!
7.C'è chi dice che tradurre sia anche un atto di tradimento: quanto di te metti nelle tue traduzioni? Ti capita di interferire col testo o cerchi, come tradurre, di "essere invisibile"?
Eh già, il proverbiale “traduttore
traditore”… è un detto famoso che, come tanti altri, inevitabilmente attinge a
un fondo di verità. Quando si traduce è impossibile lasciare del tutto fuori chi
siamo, da dove veniamo, quali esperienze ci hanno formati. E questo non può che
trasparire, almeno in minima parte, nel linguaggio che adoperiamo e dunque
anche nel nostro modo di tradurre. Possiamo cercare di essere quanto più
“imparziali” possibile, ma non lo saremo mai del tutto. E già che siamo approdate
su questo punto, ci tengo molto a dire una cosa: nell’immaginario collettivo,
il bravo traduttore è… quello invisibile. Però, se volessimo esprimere questo
concetto in termini più corretti, dovremmo dire “quello il cui intervento non
si fa notare”. Questo perché la questione dell’invisibilità è innegabilmente
croce e delizia di ogni traduttore e traduttrice: se da una parte è una bella
metafora, visto che rimanda alla naturalezza e scorrevolezza della traduzione
intesa come prodotto finito, in contrapposizione alla “calcolatezza” – passatemi
il termine – che caratterizza la traduzione intesa come processo; dall’altra,
ahimè, questa storia dell'invisibilità finisce troppo spesso per rendere davvero
“invisibili” – e dunque sminuire – i professionisti e l’intera professione. Ed
è un vero peccato, se ci pensiamo, perché la traduzione in effetti è, proprio come
afferma Susan Sontag, il sistema circolatorio delle letterature (e non solo,
aggiungerei io) del mondo. Chiusa questa piccola parentesi, cerco di rispondere
brevemente alla domanda iniziale: mentre a volte si riesce a essere più o meno invisibili,
altre volte diventa necessario intervenire – o interferire, che dir si voglia –
per risolvere ad esempio vincoli linguistici e/o problematiche culturali. Ma c’è
una consapevolezza che guida tutti i bravi traduttori: e cioè che, a differenza
di quanto accade con gli autori, sono loro a dover essere al servizio del testo
(e quindi dei lettori) e non viceversa. Ed è questo approccio a guidare le loro
scelte.
8.Quali sono secondo te gli errori più gravi che si possano riscontrare in una traduzione?
È difficilissimo parlare di
“errori” in una traduzione. Quello che io tradurrei in un modo, altri cento
traduttori probabilmente lo tradurrebbero in cento modi diversi. Al di là di ciò
che poi ricade nella sfera delle preferenze e/o idiosincrasie linguistiche
personali, certo, può capitare di imbattersi in errori più o meno gravi. Tra i
peggiori ci sono sicuramente quelli di senso, siano essi dovuti a una lettura
superficiale o a una conoscenza non perfetta della lingua da cui si traduce. Ma
vuol dire che esistono errori meno gravi? Vuol dire che se altero completamente
il registro o altre peculiarità espressive di un personaggio – perché non le colgo
o perché non le so rendere, se costruisco frasi macchinose perché non riesco a
emanciparmi dai vincoli e dagli schemi (anche culturali) della lingua di
partenza, se non mi rendo conto di aver utilizzato un calco, se non mi accorgo
di aver confuso il nome di un personaggio, se mi sfugge qualche refuso… sono
forse errori meno gravi? Forse sì, forse no. Sono sicura che molti miei colleghi
non condivideranno la mia stessa opinione. D’altronde, errare è umano e qualche
svista può capitare a chiunque. Ma per me – e ci tengo a sottolineare per me,
visto che sono consapevole di essere una gran pigno… ahem, perfezionista – è da
considerarsi grave qualsiasi errore di cui un lettore/una lettrice si
accorgerebbe e che gli/le farebbe storcere il naso. Leggere è una magia e qualsiasi
cosa spezzi l’incantesimo, secondo me, rappresenta inevitabilmente un problema.
9. Ci piacerebbe sapere se oltre che una traduttrice sei anche lettrice. Quali generi ti piacciono di più?
Il fatto di leggere molto
“per lavoro” purtroppo mi lascia meno tempo a disposizione per dedicarmi ai
miei generi d’elezione. Sono una grande amante dei classici, ma a parte Jane
Austen, Oscar Wilde e Emily Brontë parteggio più per i grandi scrittori americani
del Novecento. L’età dell’innocenza di Edith Wharton ha un posto speciale nel
mio cuore, proprio accanto a Orgoglio e Pregiudizio. Tra i francesi, almeno per
quanto riguarda la narrativa, amo Flaubert. Mi piacciono moltissimo i romanzi
storici, ma direi che i libri in cui mi rifugio più spesso sono quelli di
poesie.
10.Puoi svelarci qualche titolo di prossima pubblicazione he stai traducendo?
Domanda difficile per un
semplice motivo: ovvero, che la scelta del titolo non è quasi mai appannaggio
del traduttore. Se ne occupa di più la redazione, magari di concerto con il
reparto marketing. Al traduttore tutt’al più viene richiesto un input, un
suggerimento. Però posso dirvi che al momento sto lavorando alla traduzione di
un altro young adult – sempre per Fanucci, stavolta di genere crime – e che giusto
qualche giorno fa è uscito per Newton Compton Editori “Il cottage degli amori
segreti”, un romance natalizio pronto a scaldarvi il cuore in attesa delle
feste!
Grazie mille per essere stata con noi!
Grazie a voi, mi avete fatta
sentire una star! ✨🥰
Alla prossima!